Mattia Moreni – Nicola Samorì / La disciplina della carne
Museo Civico Luigi Varoli Cotignola / FAR Fabbrica Arte Rimini
4.12.2015 > 24.1.2016

A cura di Massimiliano Fabbri e Massimo Pulini
con un testo di Alberto Zanchetta

La mostra mette in scena un corpo a corpo tra due autori che della fascinazione e ossessione per la materia hanno fatto, non solo un centro e snodo vitale della loro ricerca, ma anche un punto di partenza e approdo per una continua riflessione sulle possibilità e limiti della pittura stessa, così come, parallelamente, sulla irrinunciabile drammaticità della rappresentazione e sul rapporto amoroso e conflittuale con le immagini.
Un dialogo che mette in luce affinità e divergenze, contrasti nettissimi e sintonie profonde tra due artisti che, pur non essendosi mai incontrati, ci sono sembrati in molti modi e molteplici forme destinati a intrecciare per un momento i loro percorsi, a partire anche dalla tesi di Nicola Samorì su Mattia Moreni discussa all’Accademia di Belle Arti di Bologna nel 2003, antefatto che può essere considerato come il primo riconoscimento di somiglianza e tentativo di avvicinamento da parte dell’artista più giovane.
Tra le ragioni della mostra è opportuno tenere conto di questa duplicità messa in atto dal progetto, una duplicità di sguardo prima di tutto, quello dei due autori, ma anche, in seconda battuta, una duplicità di luoghi, luoghi e persone che hanno pensato e coltivato l’idea di questo disubbidiente incontro: Cotignola e Rimini, insieme, a creare un percorso espositivo che si ramifica e sdoppia in due sedi e sezioni distinte, decisamente differenti tra loro, eppure capaci di restituire e chiudersi in un’organica unità che abbraccia più compiutamente la complessità dei due artisti e la stratificazione di materie e significati presenti nelle loro opere.
Museo Varoli e FAR che in questa occasione si congiungono e completano a tracciare una possibile mappa sulla pittura oggi e su due autori, infine, non poi così distanti. E che, in questa carne e pasta pittorica sensuale, e nella disciplina del gesto e tecnica che prova ad addomesticare la belva, trovano più di un punto di contatto e sintesi, di convergenza intellettuale prima ancora che epidermica.
Questa mostra affianca quindi a Mattia Moreni un artista vivente, coinvolgendo Nicola Samorì anche come una sorta di co-curatore e compagno di strada con cui si sono condivise ricerche, snodi progettuali e orientamenti, con l’intento di restituire un Moreni forse meno visto e conosciuto, a partire soprattutto dalla scelta delle opere in mostra, frutto di una selezione decisamente partigiana e arbitraria, e di modi di vedere che, man mano che si affinavano e addentravano nel trasgressivo e affascinante labirinto moreniano, hanno finito per tralasciare alcune cose a favore di altri periodi e fasi che, oltre a continuare ad ammaliare e rapire, si prestavano meglio alla narrazione che si andava tessendo, alla ricerca di incastri, risonanze ed echi con i fantasmi e i roghi di Samorì.

Massimiliano Fabbri

Sin dal titolo, la mostra, parla di Disciplina della carne, anche se aggiungerei il termine dissipazione all’ossimoro che ne deriva, per meglio chiarire l’antinomia che sta tra rigore e sprezzatura, tra la fisicità e la speculazione estetica.
Mattia era lui stesso carne ferita, era un corpo impetuoso e sfrontato. Volendo, lo si può ancora immaginare nudo, cosparso di peli e baffi di setola, mentre dipinge angurie sguaiate. Guardando quei quadri umidi e adiposi di colore, sensuali e irridenti, sembra evidente che, da lui, la pittura fosse intesa come perenne e ossessiva pratica erotica.
La materia cromatica condivideva le vischiosità e gli abissi del sesso femminile, le morbidezze e i sudori dell’amplesso.
La figura fisica di Nicola Samorì e lo spirito gentile che lo contraddistingue, non potrebbero essere più distanti dalla visione dionisiaca e rupestre, satiresca e luciferina, che mi sono fatto di Moreni.
Nicola è chirurgico e filosofico, minuto e insospettabile. Tuttavia si potrebbe rivelare, agli occhi di qualcuno, un serial killer dell’arte, un maniacale orafo della ferocia.
Per lui la pittura ha sette strati di pelle, come la nostra carne, come i nostri pensieri e un grado d’imbalsamazione traspare da quel cristallino processo esecutivo.
I suoi dipinti, irrorati di memoria e di bellezza, sempre raffinati e mai grevi, giocano sull’equivoco autolesionistico dell’artista.
È in questo epicentro carnale che trovano incontro, a qualche decennio e a qualche generazione di distanza, due artisti come Mattia Moreni e Nicola Samorì che, attraverso l’apparente dissipazione del talento e la disciplina della pittura, hanno saputo fecondare la medesima terra.

Massimo Pulini

Ci sono opere che non ci lasciano indifferenti, né indenni. Opere che, tra strazi e delizie, ci rendono impotenti sia fisicamente sia psicologicamente. Francesco Arcangeli scriveva che nelle opere di Mattia Moreni «il segno s’incarna per passare da segno astratto a colpo aggressivo, a dura ferita» mentre il gesto «dura al di là di se stesso, per incidere, o flettersi in lunghe estensioni, per non decadere da una sua qualità di vera “immagine”». Nelle opere di Nicola Samorì esiste un’analoga persistenza dell’immagine – seviziata, oltraggiata – che si impone come estetica della resistenza. Sopravvivenza che dovremmo considerare senza raccapriccio, accettando l’idea che la pittura non potrà mai essere addomesticata: la pittura è desiderio, dannazione, e forse redenzione.
Entrambi gli artisti non replicano in modo sterile la storia dell’arte, in anni diversi ma con metodologie affini hanno inteso portare la pittura in una nuova scala evolutiva rispetto alla tradizione.
La pittura non conosce limiti né ostacoli, ma soprattutto non accetta la mediocrità e la banalità. Nelle opere di questa mostra ravvisiamo un rapporto nient’affatto mimetico con la natura, da parte di Moreni, o con la cultura, nel caso di Samorì. Malgrado i due artisti ci offrano una materia ispessita, il colore ci appare ancora molle e carnale.
«La condizione del fare è l’ossessione» aveva sentenziato Moreni, affermazione che potrebbe sottoscrivere persino Samorì. L’uno e l’altro sono ossessionati, che nell’etimo latino significa essere “assediati”, assillati/abitati da immagini che diventano esiziali ai loro occhi e ai nostri sguardi.
In questo Regno delle Furie muovono i loro passi Moreni e Samorì, circondati da scempi e asperità, da immagini dilaniate e identità espropriate.
Evidente oltre ogni misura, la pittura di Moreni e Samorì è pervasa da nevrastenie e necrosi, da gestualità ulcerose e irascibili manierismi, nelle loro mani nulla resta illeso, men che meno il concetto di scultura.
Gilles Deleuze ha spiegato che «tra tutte le arti, la pittura è probabilmente la sola che incorpori necessariamente, “istericamente”, la propria catastrofe e, a partire da ciò, si costituisca come fuga in avanti. Alle altre arti la catastrofe è tutt’al più associata. Ma lui, il pittore, passa attraverso la catastrofe, afferra il caos, e prova a uscirne». Mattia Moreni e Nicola Samorì hanno sempre perseguito la disfatta, ciò che si disgrega, tracimando nella forma e nel senso. In modo stoico e consapevole, i loro cascami celebrano l’incorruttibilità della pittura, svelandoci le febbri acute che irrorano l’impasto pittorico. È per questo motivo che ci sentiamo completamente inermi di fronte a queste opere, [av]vinti dal tragico tumul[t]o e [t]ripudio delle immagini.

Alberto Zanchetta

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