a cura di Massimiliano Fabbri

Bagnacavallo
Museo Civico delle Cappuccine
Rocco Lombardi, Denis Riva, Giuliano Guatta, Antonella Piroli, Silvia Argiolas, Rudy Cremonini, Matteo Fato, Francesco Bocchini, Nicola Samorì, Franco Pozzi,

Fusignano
Museo Civico San Rocco
Massimo Pulini, Domenico Grenci, Erich Turroni, Luca Piovaccari, Verter Turroni, Vittorio D’Augusta, Eldi Veizaj, Silvia Idili, Simone Luschi, Erika Latini

Cotignola
Museo Civico Luigi Varoli
Luca Coser, Lorenzo Di Lucido, Giovanni Blanco, Massimiliano Fabbri, Jacopo Casadei, Martina Roberts, Filippo Tappi, Olivia Marani

La vocazione al contemporaneo e alla costruzione di mondi di Selvatico, si rivela attraverso una mostra, divisa in tre sezioni e musei, che coinvolge ventotto autori che indagano su cosa significhi oggi, guardare ancora al volto e restituirlo attraverso la pratica e disciplina della pittura e disegno. Mettendo una testa al centro della ricerca, e dandogli spazio.

Il volto come geografia, paesaggio e scenario: da qui si parte per inseguire ramificazioni e possibilità e modi di vedere che si misurano con il tema per eccellenza, una testa, suo tradimento compreso.

Un volto intercettato e impigliato sulla superficie come condensazione o residuo, memoria e scrittura del tempo che si deposita sulla pelle, quasi rintracciabile nella conformazione ossea o nella forma esatta dell’occhio, nella linea delle labbra o nei misteriosi sentieri circolari dell’orecchio. Volto affrontato come campo di battaglia, in cui entrare e muoversi e sprofondare sempre più, sperdendosi in esso come in panorama mai del tutto raccontato pienamente, o in maniere che possano dirsi definitive; luogo familiare e sconosciuto.

O ancora perimetro del già detto, anonima e invadente presenza, fantasma che si ripresenta all’infinito con ripetizioni e varianti molte, presenza ossessiva e tenace da assaltare, assediare e forzare per tornare a vedere ancora, o meglio. Immagine quasi inafferrabile, sempre oscillante tra la nostra percezione di trovarci di fronte a una nuvola vaga incerta sfuocata, e uno sguardo perduto nel dettaglio e incapace, per questo, di ricomporre e abbracciare una visione d’insieme della forma.

Il volto è il luogo del contrasto, bellezza e grazia indicibili spesso violate, mistero vergine e genere al tempo stesso; simmetria perfetta e deformazione. Imparentato alla divinità, così potente e accusante per la sua capacità di guardare e vederci a sua volta.

Maschera e strumento. Accademia e furia iconoclasta.

Il titolo che contiene e attraversa le tre sezioni della mostra, sembra voler aprire, da un lato a questa capacità attrattiva e catturante del volto, dall’altro quasi a voler spostare il centro dell’attenzione e il nostro punto di vista fuori da questo profilo e scatola, a favore di un luogo imprecisato, esterno, più o meno lontano, potenziale condizione o condanna all’invisibilità come se il guardare portasse con sé l’oblio e una sorta di accecamento temporaneo; come se una testa fosse un’entità imprendibile che non riusciamo mai a vedere con esattezza, o completamente, e qualcosa che, a un certo punto,  sposta inaspettatamente la nostra attenzione altrove: una luce che entra da una finestra, un’ombra o  un movimento, l’irrompere della narrazione. O profondità interne che inghiottono come gorghi, sotto gli strati della pelle, giù, dentro la notte e cavità interne, attraverso l’imbuto e voragine dell’occhio, occhio soglia, membrana che apre chiude al mondo.

E qualcosa che sfugge, che sembra non potersi iscrivere nella faccia e che si colloca dietro, fuori, di là, come se il volto solo non bastasse, oppure fosse troppo, troppo violento da sopportare e sostenere con lo sguardo, e occhio che scarta e si volge altrove, lasciando l’immagine incompiuta.

Questa mostra riparte dallo sguardo che prova a riscrivere o a riconoscere, o a ritrovare infine sul volto, tracce di questa babele di significati e possibilità ed echi, con l’ingenua speranza, forse, di abbandonarli e dimenticarli a favore di una visione più forte e potente e nuova. Di esattezza primitiva.

Il buco dentro agli occhi o il punto dietro la testa funziona così come un grande specchio infranto che ci restituisce più modi di vedere e riflessi molteplici di questo volto labirintico; lo fa, ripartendo, questa volta, da alcuni nomi già visti nei precedenti episodi di Selvatico, richiamandoli in causa e innestando su questa lista, una serie di artisti che per la prima volta espongono nei nostri musei, mescolando e tenendo insieme, come è sua consuetudine, percorsi ed esperienze note e di chiara fama, con altre più nascoste o sommerse ma che reputiamo di pari  valore e interesse.

Tutte a misurarsi con il problema del volto e sua rappresentazione, ferita aperta, bellezza ancora capace di portarci via.

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