Lingua madre + Pause

Palazzo Sforza  /Lingua Madre / Lucia Baldini – Luca Rotondi

ospiti: Michela Mazzoli – Simone Luschi

Casa Studio Luigi Varoli / Pause / Marco Nascosi

dal 14-12-2013 al 12-1-2014

Questa mostra ha rappresentato l’anticipazione e apertura di un nuovo percorso sviluppatosi per tutto il 2014 attraverso un ciclo espositivo che ha inteso proporre approfondimenti su alcuni autori che hanno partecipato ai due progetti Selvatico Rassegna di campagna e Selvatico Spore,  9 episodi e mostre che si sono tenute a Cotignola, e non solo, tra il 2008 e il 2013.

 

Lingua madre / Lucia Baldini – Luca Rotondi

Il paesaggio, o per certi versi parti di esso come la natura morta – che è al tempo stesso sua negazione – sono in questa mostra restituiti attraverso disegni e dipinti che ancora si misurano con due generi che sempre mettono, al centro della scena, l’assenza della persona; un vuoto insomma.

Il silenzio degli spazi e delle cose, uno sguardo incantato che si muove e posa in una terra quasi desolata, in cerca di appigli e approdi e bellezze perdute intermittenti, provvisori nidi o luoghi che si potrebbero dire felici in cui sostare, piccole meraviglie e stupori quotidiani a far esplodere per un istante lo scorrere abitudinario del tempo; una specie di umore quasi esotico che fa capolino dove non te l’aspetti: una vegetazione o erbaccia o cespuglio lussureggiante cresciuto ai margini di un campo e catturato con maniacalità e precisione fiamminga, o sferzato da ventosità orientali, o selvatiche e romantiche quinte che invitano ad entrare e farsi piccoli, anzi minuscoli, e poi relitti e abbandoni da cortile d’inverno, uno slargo e apertura improvvisa di paesaggio e fuga che si apre e schiude in orizzonti e cieli e nuvole e alberi in fiore, e luce bella che inonda di colori e tinte struggenti delicate che si espandono e invadono come per effetto di allagamento, o gigantesca carta assorbente. Le cose come risvegliate e tremanti dopo una pioggia violenta. Un respiro del mondo.

Una sinfonia che, sia chiaro, reca sempre le tracce dell’uomo; quasi mai una ferita, piuttosto mano che ha contribuito al crearsi unico di questi paesaggi frutto di un dialogo secolare tra la natura e chi l’ha abitata e presa in cura e trasformata e tutelata nella sua diversità, anche produttiva. Un’armonia e abbraccio che oggi svendiamo per due soldi.

Allora forse il disegnare e dipingere tentano qui una sorta di restituzione, si bagnano in una nostalgia preziosa perché produce reazione; una specie di preghiera.

La pittura come finestra ancora; soglia per altri mondi. Teatro su cui proiettare memorie e perdersi. Esercizio e pratica e disciplina di guarigione. Scuola dei sentimenti. 

Lingua madre ospita Michela Mazzoli e Simone Luschi

Collegandosi all’esperienza ed eco di Selvatico, percorso che ha coinvolto artisti visivi non solo intorno al loro lavoro ma pure nella fase progettuale, ossia chiedendo talvolta agli autori un impegno o collaborazione anche in veste di organizzatori e curatori, Lingua Madre ospita e accoglie al suo interno una piccola ma significativa apertura invitando due artisti a realizzare una micromostra in una stanza di Palazzo Sforza: Simone Luschi invitato da Lucia Baldini, Michela Mazzoli chiamata da Luca Rotondi. 

Se la mostra di Lucia e Luca si pone in continuità con una tradizione pittorica che, oltre a misurarsi con generi ben definiti, lo fa attraverso un fare sapiente che sembra voler rivendicare e proteggere tempi lenti d’esecuzione e uno stare, oggi, volutamente ai margini (il disegno dal vero come sguardo in cui sperimentare contemporaneamente l’essere fuori e dentro sé, la sfumatura chiaroscurale e la velatura della pittura a olio come necessità contemplativa o atto di sospensione e dilatazione del tempo, verrebbe da dire una via meditativa) quella di Simone e Michela invece, dove entrambi utilizzano il collage e un disegno più grafico come lingua e tecnica prevalenti, rappresenta un controcanto a quanto visto in precedenza. Eppure ne è anche fogliazione e gemma.

Una stanza che sta quindi agli antipodi, a partire dall’uso stesso del collage, strumento bambinesco e moderno, negante sfumature e passaggi morbidi a favore di silhouette, margini, tagli e contorni netti. Pratica che, se da un lato fa il verso all’ingenuità e candore di certe illustrazioni d’antan o ornati domestici, dall’altro apre a modalità di recupero e possibilità combinatorie capaci di tenere insieme il molteplice e la complessità, ramificazioni e tracce diverse, un po’ come potrebbe fare un dj che seleziona, taglia, congiunge, collega e sovrappone sino a creare un flusso nuovo o una narrazione differente.

Ma forse c’è qualcosa in più della semplice opposizione tra modi di fare e vedere in queste due mostre complementari che finiscono inevitabilmente per specchiarsi e riflettersi. C’è un dialogo, una dialettica che le nutre entrambe, ancora bisognose e fondate su di una artigianalità (e ossessione) che non solo sta alla base dell’immagine, ma la costituisce e definisce internamente divenendo inseparabile e indistinguibile da essa; come se quest’ultima potesse solo rivelarsi e materializzarsi attraverso un processo di distillazione ottenuto grazie al lavoro manuale e congiunzione di occhio e mano: smontaggio e ricostruzione e decostruzione delle sue parti, e restituzione dell’immagine infine, tradotta e tradita.

Lo scarto quindi, l’errore come possibilità e, al tempo stesso, ostacolo da superare, tutto reso tangibile e concreto dalle cose e le materie, da una tattilità del mondo che va sentito e mangiato, siano frammenti e strati e accumuli casuali di carte, segni esatti o non finiti, velature e pelli sottilissime semitrasparenti della pittura.

Tentativo di capire o trattenere il mondo, anche solo dettagli o parti di esso, e di aprire pieghe del tempo. A cercare un orientamento, sempre. Una mappa.

 

Pause / Marco Nascosi

Anche Marco Nascosi realizza immagini sospese dove la figura umana è spesso latitante, anche se qui i segni e le tracce che le persone lasciano dietro sé, sono decisamente più ironiche ed evidenti, o ambigue anche.

Il disegno dal vero è una delle armi più efficaci per riuscire a fermare e comprendere e trattenere dettagli e parti della realtà, quasi un tentativo (labirintico) di memoria, descrizione, catalogazione e sistemazione del mondo: taccuini di viaggio alla maniera di un gran tour frammentato e disordinato, quaderni colmi di appunti, progetti, collage e altri piccoli reperti schizofrenici per risvegliare ed accedere un giorno a sepolti scomparti della memoria; oggetti quasi simbolici che parlano in mancanza del proprietario, un animismo in bilico tra uno sguardo da antropologo e uno da pubblicitario. Quasi slogan, feticci o talismani o giocattoli o altre magie giapponesi come nella serie dei portachiavi, o nelle toilette, colorato archivio di bagni di case e locali pubblici, sempre deserti vuoti illuminati, dove chi guarda è un intruso che mette in atto un innocente furto vojeuristico   portando via con sé un’immagine luccicante, attirante, curiosa e vagamente psicologica, simile al gustoso imbarazzo che si prova nello sbirciare il contenuto del carrello della persona che hai davanti nella fila per la cassa al supermercato, che quando poi mette i prodotti sul nastro non puoi evitare di guardarli e fare collegamenti tra gli acquisti, le scelte e la persona, a volte ricavando conferme cristalline delle tue sensazioni, altre aprendo a storie impreviste che devi inventare per giustificare o comprendere il contrasto e l’inatteso.

Il disegno si diceva, l’appunto veloce, fatto di linee incerte e segni spezzati nervosi, ma anche una rielaborazione, rarefazione e asciugatura dell’immagine che passa attraverso atmosfere quasi da illustrazione o fumetto: i pennarelli, l’uso dei retini, la scrittura a creare un cortocircuito, una bolla.

 

 

 

 

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